Agnese Purgatorio. Learning by heart | MARTINA CORGNATI

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21 gennaio – 21 marzo, 2015

Gallery Podbielski Contemporary di Berlin

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Una folla incerta di profughi si avventura instabile, sul precario ponte lanciato nel vuoto e costituito da una cartina geografica dell’Italia, sopra al mare. Davanti a loro, un’artista. La donna è incinta, l’aspetto temerario, lo sguardo visionario, punta diritto davanti a sé, al futuro. Dalla clandestinità è il titolo della serie cui appartiene questo lavoro, che Agnese Purgatorio ha realizzato diversi anni fa e frequentemente rivisitato, cambiando, di volta in volta sensibilmente i termini della questione e il senso dell’immagine che ne deriva. Si tratta, infatti, di un collage digitale, un linguaggio che consente le ibridazioni e che l’artista italiana pratica sistematicamente da molti anni e con cui ha realizzato i suoi cicli più importanti, spesso, completati da video installazioni: Fronte dell’Est, Dalla Clandestinità, Perhaps you can write to me, Torino-Istanbul-Teheran, Solo rose per te e l’ultimo, Learning by Heart, che viene presentato per la prima volta in questa personale alla Podbielski Contemporary.

Una scelta linguistica che, oggi più che mai, appare strategica ma che, già nel 1994 le aveva assicurato il prestigioso premio Panorama Europeen Kodak ai Rencontres Internationales d’Arles per la fotografia. In effetti, Agnese Purgatorio non ha fiducia nei generi artistici troppo definiti così come negli schemi rigidi che hanno, per esempio, preteso di dividere fotografia da pittura e, ancora, categorie minori (paesaggio, ritratto) entro quelle maggiori. Il fotomontaggio, mi permetto di ricordarlo, è stato inventato intorno al 1917 e buona parte del modernismo lo ha utilizzato con entusiasmo dando vita ad alcune delle ibridazioni più geniali e inquietanti del secolo. E, da quasi quarant’anni, molti fra i più innovativi ed interessanti “artisti utilizzatori della fotografia”, in Europa, USA e altrove, hanno entusiasticamente ibridato il linguaggio con suoni, costruzioni spaziali, installazioni, proiezioni, a molto altro. To make a long story short, nella sua cura dell’immagine più che della fotografia, Agnese Purgatorio è in ottima compagnia. D’altra parte, sembra quantomeno problematico invocare, oggi, una qualche forma di purezza linguistica, in questo mondo di ibridazioni, contaminazioni, mescolanze, tanto in arte come in ogni ambito della vita e della cultura.

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Allora, tornando ad Agnese Purgatorio, la strategia del collage digitale le ha consentito di costruire, nel tempo, una autentica poetica basata fondamentalmente sul concetto di esule, di “clandestino”. Affacciata sulla scena del mondo dal palco offertole della sua città, Bari, Agnese Purgatorio ha osservato folle di clandestini e di esuli in arrivo. Ha osservato i paesaggi geografici ed antropologici trasformarsi più rapidamente delle possibilità di misurarli e di descriverli. Ha collegato drammi presenti con tragedie passate, ha fatto del suo meglio per trasformare le sue immagini in potenti campi magnetici capaci di attrarre forme ed elementi dissimili: per esempio le parole di detenute del carcere di Bari, con cui l’artista lavora da anni, con i volti degli artisti che hanno forzato le frontiere del senso e della storia (da Joseph Beuys a Francis Bacon; da Pierpaolo Pasolini a Francesca Woodman), con le immagini di tanti diseredati anonimi, che l’angelo della storia ha scrollato via dalle sue ali. La sua intenzione non è fare del reportage ma allargare il fronte della clandestinità fino ad includervi tutti coloro che non hanno, non vogliono o non possono avere, veramente patria, veramente appartenenza in nessun luogo, nessun linguaggio, nessun senso compiuto e chiuso. A cominciare da se stessa.

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In questo itinerario, alcuni anni or sono, Agnese Purgatorio ha incontrato la storia degli armeni, il popolo che è stato vittima del primo genocidio del Novecento e che, privato in buona parte della sua terra, ha depositato tracce e memorie clandestine di sé un po’ dappertutto lungo le coste del Mediterraneo (e anche molto più lontano). Anche a Bari. Infatti è alle porte del capoluogo pugliese che nel 1924 un centinaio di profughi armeni scampati al genocidio fondò il villaggio di Nor Arax (in armeno “nuovo Arax”, uno dei fiumi più importanti nell’Armenia storica, che oggi segna il confine con la Persia), che trovò la propria base economica nella confezione dei tappeti, uno degli oggetti che gli armeni producono da sempre. Loro mentore e loro voce fu il poeta Hrand Nazariantz, che a Bari era arrivato qualche tempo prima grazie alla moglie italiana, sfuggendo così alla condanna a morte emessa contro di lui dalla polizia turca. I suoi versi, Rimani, mi dicesti. E io restai, accompagnano le immagini di uno fra gli ultimi video di Agnese Purgatorio, anche questo un mixage di sequenze raccolte in Armenia e altre ambientate invece in uno dei più antichi cinema –teatri aperti in Puglia, oggi abbandonato. È lì che nel 1910 era stato proiettato un film documentario sulle relazioni fra Italia e Turchia; ed è lì che oggi l’artista inscena una performance che la porta a scriversi addosso le parole del poeta, a coprirsi di parole perché la vita scorre ma scripta manent, la memoria resti. Questo ed altri cinema-teatri abbandonati sono stati sistematicamente visitati da Agnese Purgatorio che vi ha ritrovato la scena giusta per le immagini di Learning by Heart. Un paesaggio dimenticato, rimosso, un accumulo di tracce contraddittorie e spurie, teatro in se stesse, del nonsense e dell’abbandono. Quale migliore occasione per ambientare lì dentro un’altra storia, anch’essa sporca, fatta di resti e di contaminazioni: i numeri vertiginosamente crescenti delle vittime del genocidio armeno raccolti un mese dopo l’altro e riferiti al 1915-16, accostati a frammenti grafici della campagna americana di fund-raising organizzata durante la prima Guerra Mondiale per aiutare gli armeni (Give or we perish) e ad immagini estrapolate da una satira francese degli anni Venti. Ambigua, tagliente, fortemente suggestiva, l’immagine diventa così il frutto di un continuo, interminabile e virtualmente infinito montaggio delle stesse componenti, che migrano letteralmente da una posizione all’altra e da un ruolo all’altro. L’ultima immagine non esiste, è quella che deve ancora venire. L’immagine stessa, si potrebbe dire, non esiste ma è una forma mobile, in perenne trasformazione; essa si presta, come creta molle, a interpretare la posizione soggettiva dell’artista in quel momento, la condizione provvisoria dell’io. È un passaggio dove passato e presente, fasto e degrado, speranza e destino, bellezza e angoscia si incontrano sullo stesso terreno, negoziando instancabilmente il proprio spazio, la propria indefinibile e sempre provvisoria prevalenza.

Martina Corgnati

Le parole incomprensibili di una emittente russa, voci angeliche fra le pietre di una chiesa antica e il suono forte del vento che dissecca il confine militarizzato fra Armenia e Turchia, nei pressi dell’antica città di Ani, accompagnano le immagini della video-performance J’ai utilisé la mémoire, dedicata alle donne armene sopravvissute al genocidio. Recitando i loro nomi, nomi scampati all’anonimato delle stragi e della brutalità del mondo, l’artista getta mazzi di rose, il fiore degli altopiani armeni, nell’orrido che divide due paesi che le parole, i trattati e la colpa non hanno mai riconciliato.

La mostra e il catalogo sono stati prodotti dalla Gallery Podbielski Contemporary Berlin.