Il colore dei soldi. $1 bills di Hans – Peter Feldmann | MODESTA DI PAOLA

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“So I must leave, I’ll have to go to Las Vegas or Monaco and win a fortune in a game, my life will never be the same”

Abba, Money, Money, Money, 1976.

 

Cortesia della Guggenheim, New York. Immagine publicada nella revista online Contemporary Art Daily.

 

Il colore dei soldi, il loro odore, la consistenza, il peso, la dimensione…

Poche volte ci soffermiamo a pensare alla qualità estetica e fisica dei soldi, forse perché siamo troppo occupati a guadagnarli e a spenderli. Li maneggiamo con frequenza, li usiamo come mezzo di scambio, li doniamo, li riceviamo, li usiamo per investimenti economici, per curarci, per divertirci, per viaggiare, insomma per tutto. Ciò che in generale definiamo benessere è definitivamente e assolutamente relazionato al valore che diamo al denaro.

Luoghi comuni come “i soldi non comprano la felicità” ci illudono che magari, in fondo, non ne abbiamo bisogno perché nella vita c’e’ anche dell’altro: La felicità, per esempio, un sentimento che ci illudiamo di riscoprire nelle piccole e grandi cose che costellano le nostre vite quotidiane e che sembrano essere immuni al potere del denaro: La famiglia, l’amore, osservare un cielo stellato, visitare un museo e ritrovare lo stesso cielo stellato che abbiamo osservato durante una felice esperienza, ma dipinto da un famoso pittore vissuto un secolo fa.

Questi luoghi comuni ci portano, spesso, a trattare i soldi con disprezzo come se fossero il male della nostra società, una società capitalista che ci allontana dai sani e veri valori universali a favore del futile e del vano. Ma i soldi non detengono un potere in se stessi, neppure un valore magico intrinseco universale; essi sono strumenti nelle mani di tutti coloro che li posseggono e hanno valore solo in base a come si usano. Si fanno carte false per denaro, perché come cantava Liza Minnelli in Cabaret, un classico del cinema diretto e prodotto da Bob Fosse nel 1972, “money makes the world go around”.

Impegnati come siamo a elaborare certi discorsi, metaforici, metafisici, economici e politici intorno ai soldi e alla loro funzione, spesso perdiamo la possibilità di percepirli da un punto di vista prettamente estetico. Almeno fino a quando qualcuno non decide di esporli in un museo. In questo caso i soldi diventano un’opera d’arte.

L’artista tedesco Hans-Peter Feldmann è stato il vincitore del prestigioso “Hugo Boss Prize” 2010, ricevendo la somma di 100.000 dollari come riconoscimento per il suo lavoro artistico. Profondamente attento all’influenza che l’ambiente opera nelle nostre realtà soggettive, Feldmann per più di quarant’anni ha prodotto oggetti artistici in serie, decontestualizzandoli dal loro significato comune e riutilizzandoli per altre esperienze e all’interno di nuovi ambienti creativi. In occasione della mostra nel Guggenheim di New York, Feldmann decide di esporre l’intero importo in biglietti di un dollaro, ricoprendo totalmente le pareti della grande sala espositiva. I soldi posti tutti in verticale e attaccati al muro solo dalla loro parte superiore, creano una griglia di sovrapposizioni che dà un effetto di leggerezza. L’effetto estetico è assolutamente stupefacente, ancor più quando lo spettatore scopre che si tratta di soldi reali. Pensandoci bene, a quanti di noi è mai successo di ritrovarsi in una stanza ricoperta da 100 mila dollari? Credo a pochi. L’eccitamento è quindi una reazione più che normale. Stranamente, però, la percezione dei biglietti cambia nel momento in cui lo spettatore, non potendo portar via con sé tutto quel denaro, decide di guardarlo con occhi diversi: si concentra quindi nelle sue qualità estetiche come l’odore, il colore, la forma, il disegno, etc. Agli occhi dello spettatore il denaro ritorna a essere quello che è: carta.

La sala si riempie quindi di commenti e battute facili. Alcuni ne apprezzano il disegno, realizzato nel 1935 sotto la direzione di Franklin D. Roosevelt e stampato dalla Federal Reserve fin dal 1929. Altri si divertono a toccarli quando gli adetti alla sorvaglianza guardano da un’altra parte o a soffiarci su per osservarne il movimento e la leggerezza. Altri passeggiano per la stanza fingendo di esserne totalmente indifferenti, magari indignati. Ma c’è anche chi approva in quanto, per loro, l’artista opera una critica sagace e intelligente dentro della nota definizione di arte e economia, arte e mercato, mercificazione dell’oggetto artistico, etc.

In un famoso film di Martin Scorzese, il protagonista, Eddy lo svelto, afferma che “il denaro vinto e’ molto più dolce del denaro guadagnato”. Siamo tutti, penso, d’accordo. Sarà questo il motivo che ha spinto Hans – Peter Feldmann a esporlo senza remore trasformandolo in opera d’arte?

Soggetta a un’interpretazione teorica, quest’opera avrebbe bisogno di una risposta alla domanda (che più di tante altre sembra essere assolutamente lecita): Continueranno questi stessi soldi a essere solo un elemento estetico, un’installazione artistica che viaggerà per musei e gallerie o prima o poi Feldmann deciderà di restituirgli il loro carattere economico? Magari proprio vendendo l’opera in sé, vendendo cioè i soldi per altri soldi. Andy Warhol quando espose la sua opera 200 One Dollar Bills affermò, non senza malizia, che “making money is art”.

Comunque, se ciò dovesse accadere non avremo bisogno dell’opinione di un esperto per sapere quanto varrà l’opera… Sicuramente non meno di 100 mila dollari!