Processo, progetto e rischi inevitabili | STUDIO ++

Intervista di MODESTA DI PAOLA

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Terzo Giardino, 2012, 2013, 2016.

Perché arte pubblica?

Ognuno decide il luogo più adatto dove porre il proprio lavoro e questo è vero anche per l’arte e per gli artisti.

Nel nostro caso la dimensione pubblica dell’opera è una fase delle nostre ricerche. Questa arriva da più fronti, dagli studi che ci siamo trovati a fare, in parte anche dalle nostre ormai lontane tesi di laurea in architettura e da una certa tendenza a vedere nel confronto con “il tema del pubblico” una forza comunicativa che permette a certe idee di arrivare più velocemente.

Pubblico è senza dubbio ad esempio un lavoro sul web come Estendersi o Navigare per noi. In entrambi i casi noi creiamo un passaggio che unisce una visione del mondo intima ad una possibilità di renderla pubblica. Questo passaggio ci permette di usare l’esperienza di ognuno, quella quotidiana banale, di una webcam ad esempio, e rivoltarla verso qualcosa di simbolico, di metaforico, un’altra possibilità di vedere il mondo.

Infine, anche se nel nostro collettivo ci sono anime diverse, una parte del perché entrare nel pubblico è legata ad una responsabilità dell’artista. Oggi crediamo che questa responsabilità esista perché soprattutto l’arte supera e implementa due mezzi abusati della comunicazione come l’immagine e la parola riabilitandole, quasi permettendoci di ridargli fiducia, di ricredere in quello che vediamo e che leggiamo o sentiamo.

In questo senso la strada dell‘arte pubblica ha un’altra buona ragione d’essere intrapresa.

Breathing as a revolutionary message, 2014.

 

Chi è il pubblico nell’arte pubblica?

Forse in questo caso andrebbe fatta una distinzione tra pubblico e audience (spettatori).

Questa distinzione è tanto più importante negli ultimi anni dove l’arte nello spazio pubblico sta riscuotendo una grande attenzione anche in relazione a forme di turismo di massa. In casi, anche molto famosi, non c’è per l’arte nello spazio pubblico un “pubblico” ma piuttosto “un’audience” ovvero un soggetto collettivo che recepisce l’opera in maniera prevalentemente passiva.

Volendo stare lontani da una qualificazione giusto/sbagliato il “pubblico” nel nostro lavoro è una parte del lavoro stesso senza il quale il lavoro perde senso. Questo non esclude che esista un’audience. Il “pubblico” entra nel progetto dell’opera perché ne giustifica la presenza stessa in un preciso luogo, ne condiziona le scelte linguistiche, i riferimenti formali, l’approccio allo spazio.

Altra distinzione utile in questo tema è l’idea di partecipazione. Affinché un’opera d’arte pubblica comprenda un pubblico non è necessario che questo venga direttamente o consapevolmente coinvolto, ma è necessario che l’artista ne faccia un punto d’orientamento primario.

Potremmo dire che il pubblico è un gruppo di persone (forse corrispondente ad una comunità) che entra nella definizione e giustificazione dell’opera.

Monumento al futuro, 2011.

Cos’è “arte” nell’arte pubblica?

Senza dubbio è quella parte che mette in relazione profonda lo spazio (o l’ambiente), la gente e l‘opera. Come spesso accade per l’arte si tratta di una tensione, qualcosa verso cui l’opera si dirige e che non è determinabile a priori, quando l’artista decide che l’opera è pronta per confrontarsi con il mondo. Questa condizione implica un rischio, overo impone all’artista di accettare anche profonde verifiche al suo progetto, comprende una revisione che sotto certi aspetti fa parte del percorso di ricerca, sotto altri comprende anche il fallimento.

Dov’è lo spazio dell’arte pubblica?

Questo dipende dal periodo storico. Oggi ad esempio la scala ed i temi del paesaggio fanno parte di un territorio che rientra in tutto e per tutto nello spazio su cui si può definire un’opera d’arte pubblica.

L’importanza politica della coscienza ecologista ed altri temi di crescente interesse coinvolgono attivamente il sistema paesaggio nel complesso di meccanismi di potere, nei processi di condizionamento o semplice svolgimento della vita quotidiana delle persone, nella ricerca di simboli sufficientemente rappresentativi verso cui tutti tendiamo.

I temi del potere in relazione ai landmark dell’arte, sono classicamente una proprietà dei contesti urbani e si esprimono nella maniera più chiara e canonica nel monumento o, in antitesi, nella sua messa in discussione con un approccio critico, con processi partecipativi, immateriali, temporanei, effimeri.

Oggi questo è vero solo in parte poiché riusciamo a vedere nella scala e nelle dinamiche del paesaggio temi analoghi a quelli finora trattati per i contesti urbani.

Questo principio vale senza dubbio anche per il nostro lavoro. Fin da quando lavoravamo con piccole sculture da galleria, il tempo e la trasformazione sono stati degli elementi conformanti.

Quando ci siamo orientati a progetti per lo spazio pubblico e per il paesaggio ci siamo subito accorti che quei processi di trasformazione che davano forma alle sculture se applicati ad una diga o ad un quartiere di Miami o ad una variante del monumento (Monumento al futuro) diventavano subito investiti di un valore sociale o politico; quasi che fosse già la scala a dargli questa autorevolezza.

Navigare, 2013.

 

Quando è arte publica? 

La risposta è legata alla domanda del “cosa”. L’arte nello spazio pubblico si sporge direttamente verso un test di grande selettività, dove c’è davvero poco da dire per l’artista se non rimanere a guardare cosa succede una volta che l’opera inizia ad interagire con la città o con il paesaggio.

Senza dubbio “se” e “quando” l’opera viene riconosciuta dal pubblico si creano le condizioni per parlare di un’opera d’arte pubblica.

Tuttavia queste condizioni non sono sempre così semplici. Altri elementi intervengono a complicare le cose, come ad esempio le intenzioni politiche che sostengono processi di arte nello spazio pubblico top-down e promuovono quei processi come “virtuosi” o perché in grado di valorizzare un passato o perché in grado di incrementare l’economia di un territorio.

L’artista a nostro modo di vedere danza in questa complessità nel migliore dei casi, o nel peggiore, si ritrova a subirla tramite processi forti come quelli della comunicazione di massa.

A noi, noi tutti, sta il trovare un equilibrio etico, una strada propositiva che cavalchi queste condizioni e sia in grado di avvalersene per veicolare messaggi critici, profondi, rivoluzionari.

Questo ci hanno insegnato i grandi maestri e questo abbiamo l’obbligo di provare a fare anche noi.

http://www.studioplusplus.com

 

Studio ++: Fabio Ciaravella (b. 1982), Umberto Daina (b. 1979) and Vincenzo Fiore (b. 1981) founded Studio ++ (Studio plusplus) in 2006: an artist collective based in Florence. In the same city they all attended Architecture faculty.
Using a design oriented approach in work of art production, Studio ++ research concerns work of art public condition, ideas and shapes of change, everyday life’s new technologie influence in contemporary world perception.
The research of the collective focuses on the formulation of a method of analysis and representation of the reality in a close symbiotic connection with the concepts of the ‘relationship of limit’ and ‘postponed time’. 
Studio ++’s architectural education, social engagement, attention toward new technologies, theoretical studies in participatory processes and landscape, locate its work as a multidisciplinary dialogue which starts from both the art point of view and archtectural skills.