Sconcerto e iniziativa: Anatomia del cambiamento. Ars Electronica 2012 | BARBARA SANSONE

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Quest’anno, il tema del festival Ars Electronica, The Big Picture, era un invito a fermarsi a riflettere sullo stato nel quale si trova attualmente l’umanità, una realtà complessa e composita con sempre maggiori e più evidenti punti di convergenza, nel bene e nel male.

Dopo gli stravolgimenti dell’ultimo paio d’anni e la crisi nella quale è entrato il sistema capitalista, probabilmente il mondo non potrà mai più tornare a essere quello che era prima e in molti si stanno chiedendo quale sarà il suo futuro, mentre altri si stanno occupando attivamente di riprogettarlo. E reinventarsi sta diventando praticamente un obbligo anche per le istituzioni e gli eventi culturali, a quanto pare anche quelli più consolidati. La mappa dell’austerità proposta da The Guardian lo dimostra popolandosi ogni giorno di più di teatri, orchestre o gruppi di danza soggetti a severi ritagli o scomparsi per via della situazione economicamente insostenibile. In molti casi, cercare di mantenere un formato diventato sovradimensionato rischia di provocare delusioni e malcontento, ma trovare il giusto compromesso tra le aspettative del pubblico e i numerosi fattori da cui dipende la sopravvivenza degli eventi culturali (soprattutto quelli di grande portata) richiede sempre maggiori doti di equilibrismo.

In questo senso, il festival quest’anno ha colto nel segno, diventando la rappresentazione stessa del tema che proponeva: in questa edizione è apparso stanco e sottotono, ma al suo interno accoglieva numerose comunità attive nel loro desiderio di cambiamento, di giustizia e di una migliore distribuzione delle risorse.

L’attenzione per i focolai di ribellione che si sono accesi recentemente in tutto il pianeta ha trovato esplicito sfogo in un panel durato un’intera giornata dal titolo Everyday Rebellion, nel quale ovviamente sono stati invitati i fratelli Riahi, autori dell’omonima piattaforma transmediale che, oltre a proporre documentazione video e a mettere gratuitamente a disposizione materiali per le proprie rivolte quotidiane, sta realizzando un lungometraggio. Accompagnati dall’esperienza dell’attivista siriano-spagnola Leila Nachwati, hanno presentato i loro progetti Sherien Al-Hayek (membro della comunità di giovani artisti, designer, blogger e attivisti alla base del progetto Syrian People Know Their Way, vincitore del Golden Nica nella categoria Digital Communities), Hexie Farm (un illustratore cinese che con i suoi fumetti si prende gioco della propaganda e della censura nel suo paese) e la giovanissima Agnes Aistleitner (vincitrice della categoria u19 con il suo cortometraggio State of revolution sulla primavera egiziana).

Il pomeriggio è proseguito con la presentazione di progetti meno direttamente politici, ma in ogni caso volti a sovvertire norme e a trovare maniere spontanee e libere di svolgere operazioni quotidiane superando le restrizioni imposte da sistemi economici e legali inadeguati e obsoleti, come i diritti d’autore e i brevetti. Per esempio Golan Levin e Shawn Sims hanno progettato un kit universale che permette di giocare alle costruzioni combinando pezzi di diverse marche, mentre il progetto Apertus invita a fare cinema con apparecchiature professionali open source a basso costo.

La presenza di questo spirito ribelle e creativo era palpabile in varie sezioni del festival. In alcuni casi le opere sembravano rientrare più nell’area del design che in quella dell’arte (effettivamente il confine è sempre più sfocato, ma comunque non inesistente). E ad alcuni progetti mancava spingersi un passo più in là, in modo da riuscire a imporre con maggiore fermezza il loro fondo critico al di là della semplice ma fondamentale intenzione dell’autore. È il caso per esempio di Memopol-2, Golden Nica per l’arte interattiva dell’estone Timo Toots, una macchina dall’aspetto distopico capace di mostrare tutti i dati pubblici relativi a una persona a partire dal suo documento di identità. Meglio riuscite nel loro intento provocatorio sembravano alcune delle opere esposte nella mostra Out of control – What the Internet Knows about You, dove per esempio era possibile sperimentare l’ormai noto Newstweek di Julian Oliver e Danja Vasiliev.

Tra le menzioni onorarie della categoria Interactive Art, appare anche Occupy George, degli statunitensi Ivan Cash e Andy Dao, i quali hanno messo in circolazione negli Stati Uniti biglietti da un dollaro con stampati dati infografici relativi alla diseguaglianza economica tra il 99% e l’1% della popolazione mondiale. Nella mostra venivano messi a disposizione del pubblico i timbri che gli autori del progetto hanno utilizzato per aggiungere il loro messaggio sulle banconote.

Occupy George, de Ivan Cash y Andy Dao

E questa energia è riuscita a contagiare perfino il titanico evento all’aperto del sabato sera, che ogni anno raccoglie migliaia di spettatori locali e li stupisce con effetti speciali degni di Hollywood. Tra le figure tridimensionali formate nel cielo con i quadricopter, i ballerini luminosi in tuta bianca, fontane di colori e grandi schermi, sugli edifici circostanti è stato proiettato il volto ormai emblematico di Anonymous, mentre tra le migliaia di lettere luminose portate dal pubblico per partecipare alla performance collettiva alcune sono state composte in modo da scrivere la frase Free Pussy Riot sul main deck dell’Ars Electronica Center.

Anonymous en el voestalpine Klangwolke

Al di là dell’attivismo e dell’arte critica, il programma dell’Ars Electronica conteneva opere e performance per tutti i gusti, con una particolare predilezione per quelle con una forte componente scientifica. Si sono fatte notare in particolare la presenza di Joe Davis (vincitore, con la sua Bacterial Radio, del Golden Nica nella categoria Hybrid Art) e di varie sue opere, l’elegante installazione Desire of codes della giapponese Saiko Mikami, la suggestiva Between | You  | And | Me della sound artist tedesca Anke Eckardt  (che per alcuni aspetti ricorda la stupenda installazione del 1973 di Anthony McCall Light describing a cone, che tanto suggerì a Gordon Matta Clark) e soprattutto Moon Goose Analogue, il progetto di Agnes Meyer-Brandis ispirato al libro The Man in the Moone, del 1638. Lo spazio qui non ci permette di descrivere nel dettaglio questo lavoro estremamente poetico e la magnifica capacità dell’artista di confezionarlo e narrarlo, ma invitiamo i lettori scoprirlo sul suo sito web. Certamente ha aiutato a comprenderlo e a innamorarsene la presentazione dell’autrice nel corso di un panel, mentre la maggior parte delle opere di Hybrid Art proposte nel cubo bianco (purtroppo!) della mostra CyberArts 2012 hanno mantenuto una certa qual aura di mistero, per via della loro complessità ma soprattutto della carenza di spiegazioni esaurienti che sopperissero all’impossibilità di esporle se non in forma di documentazione.

Joe Davis, Golden Nika Hybrid Art

 

“Desire of Codes” de Seiko Mikami

 

“Between | You | And | Me” de Anke Eckardt

 

“Moon Goose Analogue” de Agnes Meyer-Brandis

Un altro ospite molto gradito è stato Julius Von Bismarck, che l’anno scorso ha vinto il premio Collide@CERN e grazie a questo ha avuto l’opportunità di sviluppare un progetto accompagnato da esperti scienziati. Il risultato è stato Versuch unter Kreisen, un’affascinante e imponente scultura cinetica composta da quattro lampade in movimento circolare che permettono di visualizzare le principali leggi della fisica. Durante il festival, l’opera è stata installata nel centro di arte contemporanea OK insieme alle altre opere premiate.

“Versuch unter Kreisen”, de Julius Von Bismarck

L’annuale Campus Exhibition era quest’anno dedicata al master di Sound Studies presso l’UdK-Berlin University. Notevole Klangbild Digi.flat 90-12 di Korinsky, una serie di scanner in movimento, montati su una parete privi di coperchio, che generavano una suggestivo fenomeno estetico. Interessanti anche le lamiere scolpite a suon (letteralmente) di proiettili sparati da una macchina pneumatica, di Harald Christ, e Feld III di Julius Stahl, un quadro bianco costellato di aghi animati da frequenze inaudibili, con un’estetica in stile Zimoun.

Klangbild Digi.flat 90-12 de Abel, Carlo y Max Korinsky

 

Esculturas “al sonido” de Harald Christ

 

“Feld III” de Julius Stahl

Effettivamente la musica, che nel corso delle edizioni passate ha sempre riempito più che altro gli spazi più leggeri dedicati all’intrattenimento, quest’anno ha goduto di un certo protagonismo. Oltre ai grandi concerti proposti ogni anno e alla serata di installazione/performance nella Cattedrale (in questa edizione a carico di Rupert Huber), l’Ars Electronica ha dedicato interamente la sua ultima giornata alla sound art, celebrando i vincitori della omonima categoria, il 25º anniversario della Kunstradio, la disponibilità del potente sound system montato per il Klangwolke nel Donaupark e alcuni progetti sviluppati presso l’Università delle Arti di Berlino. Probabilmente il pubblico non troppo numeroso di questi eventi avrebbe barattato volentieri la quantità con la qualità e soprattutto avrebbe apprezzato maggiormente alcuni brani con qualche decibel in meno, ma in ogni caso qualsiasi iniziativa che elevi l’arte sonora allo stesso livello di quella che produce risultati visivi è sempre da accogliere con un certo favore.

In questo articolo non hanno trovato spazio moltissimi dei contenuti del festival, ma niente paura: tanto i cataloghi in PDF come l’archivio completo delle varie edizioni, dal 1987 a oggi, possono essere consultati gratuitamente sul sito web dell’Ars Electronica.

 

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Tutte le immagini provengono dal Flickr dell’Ars Electronica