Tradurre l’intraducibile: Kutluğ Ataman tra linguaggio e contraddizione | MODESTA DI PAOLA

español

 

 

Kutluğ Ataman: Qual è la parola giusta? Non è conflitto e neppure incoerenza, ma…?

Hans Ulrich Obrist: Tensione?

K. A.: No, neppure. Cioè tensione va bene, ma quando qualcosa… no, non contrasto, no. A ogni modo mi verrà in mente. Si usa per indicare una mancanza di coerenza. Come quando si dice se c’è A, dovrebbe esserci B, ma in realtà non ha senso. Non è controversia, non è incoerenza, non importa, andiamo avanti.

 

 

Durante un’intervista su skype, l’artista e cineasta di origine turca Kutluğ Ataman cerca di spiegare allo storico dell’arte Hans Ulrich Obrist una parola che gli sfugge alla mente e che gli sarebbe utile per descrivere la sua personale visione della politica e dell’arte. Come spesso accade tra interlocutori di diversi paesi, la conversazione tra i due si svolge in inglese e si combina in occasione della personale di Ataman a Roma, intitolata Kutluğ Ataman – mesopotamian dramaturgies.[1]

 

Sebbene a un teorico dell’arte possa sembrare privo d’interesse, la difficoltà di Ataman nel trovare la giusta parola ci rivela significativamente uno degli elementi fondamentali della sua opera e, allo stesso tempo, uno dei principi basilari della comunicazione: la difficoltà che sta alla base di qualsiasi atto comunicativo, o meglio, la tensione che si muove tra possibilità e impossibilità della comprensione, pura e incondizionata, tra individui. Una lingua, ci dice George Steiner, “incorpora il potenziale illimitato della scoperta, la ricostruzione della realtà, l’articolazione dei sogni, quindi, tutto ciò che chiamiamo mito, poesia, speculazione metafisica e discorso della legge”.[2] L’analisi di due opere dell’artista –The Complete Works of William Shakespeare e English As a Second Language- ci aiuterà a chiarire questo particolare assioma e a stabilire l’ineludibile importanza che il linguaggio assume nel lavoro di Ataman.

 

Fin dalla sua epifania nel mondo delle arti visive Kutlug Ataman ha dato alla parola un ruolo essenziale. La sua produzione artistica si basa su un’estetica peculiare caratterizzata da ritratti parlanti, che dunque colpisce l’attenzione del pubblico per la centralità della comunicazione verbale. Potremmo parlare della sua produzione come di un genere artistico che si muove tra linguaggio letterario, teatrale e cinematografico. Saul Anton ci parla di un mini genere in cui: “the act of speaking becomes the primary event and the audience is left to put the story together without being able to see the whole at any one time. (…) In his epic-length conversational work, Ataman even suggest that speaking is the most interesting action of all.”[3]

 

Durante un’esposizione di Kutlug Ataman al Maxxi, molti visitatori rimasero perplessi di fronte alla videoinstallazione The Complete Works of William Shakespeare (2009): l’antologia delle opere del drammaturgo inglese, da cui l’opera di Ataman prende il titolo, fu copiato a mano in una pellicola 35 mm e proiettata su una parete della sala espositiva. I testi proiettati rapidamente trasformavano le parole del grande drammaturgo inglese in immagini il-leggibili. In questo modo l’artista trasforma, e traduce, le lettere inglesi in immagini di pura decorazione. Ataman vuol far riferimento al carattere decorativo della scrittura araba, la calligrafia, con cui, com’è noto, si supplisce alla mancanza della figuratività dell’arte islamica. Pur non trovando analogie in nessun altro sistema di scrittura, lo stile decorativo della calligrafia islamica non ha impedito che Shakespeare possa essere tradotto in arabo e che un turco sia in grado di leggerlo e comprenderlo a condizione, ovviamente, che il testo sia tradotto. Al contrario, per un traduttore occidentale è impossibile mantenere una certa fedeltà allo stile decorativo del testo calligrafico, soprattutto gli è impossibile mantenere la sua essenza e la sua pratica decorativa nel passaggio traduttivo ad altre lingue.

 

Contemporaneamente, nelle pareti laterali della stessa sala, venivano proiettati due video, uno di fronte all’altro. Si tratta stavolta della videoinstallazione intitolata English As a Second Language, in cui si mostrano rispettivamente due giovani turchi mentre leggono con grande difficoltà e senza intonazione i versi di alcune poesie di Edward Lear, artista, illustratore e scrittore inglese d’epoca vittoriana noto per la sua poesia no sense. Nell’atto della lettura i due giovani si scontrano con un duplice compito: da un lato cercano di capire la lingua inglese, considerata lo strumento di comunicazione e di sopravvivenza standard del mondo globalizzato; dall’altro devono affrontare il non senso contenuto nel testo. I due video posti uno di fronte l’altro, confondono maggiormente la comprensione poiché i due giovani sembrano leggere i testi per l’altro da sé che gli sta di fronte, stabilendo in questo modo una conversazione chiusa e incomprensibile. English As a Second Language è un video che analizza l’uso della lingua inglese come lingua franca della modernità ma che spesso, invece di aumentare la comprensione reciproca tra individui, provoca una perdita di senso nella comunicazione. In quest’opera Kutlug Ataman sembra voler utilizzare l’alfabeto senza senso di Edward Lear per denunciare l’im-possibilità del processo di traduzione. In tal senso Jacques Derrida descrive l’intraducibilità di un testo, quando ne afferma che l’illeggibilità è il collasso del significato, anche tra parlanti della stessa lingua: “Un testo vive solo se sopra-vive, e non sopra-vive che a patto di essere ad un tempo traducibile e intraducibile. (…) Totalmente traducibile, sparisce come testo, come scrittura, come corpo della lingua. Totalmente intraducibile, anche all’interno di ciò che si crede essere una lingua, muore subito dopo”.[4] La totale impossibilità di tradurre, dunque, converte un testo in qualcosa d’insignificante, illeggibile, anche tra i parlanti di una stessa lingua. I due video di Ataman ci offrono uno spunto di riflessione su ciò che è l’incomprensione tra due diversi modelli linguistici e culturali, ma anche la possibilità di poterli decifrare ricreando un messaggio verbale in immagine. Entrambi i video sembrano rivelarci una poetica del linguaggio che si chiarisce nelle parole di Paul de Man: “The imposiblity of reading should not be taken to lighty”, o nella frase di Jacques Derrida: “l’illegibile non è il contrario del leggibile: è il crinale che permette di ripartire.”

 

Sulla base di queste riflessioni, risulta piuttosto curioso che la parola che Ataman in un primo momento non trova e Obrist non riesce a decifrare è “contraddizione”, una parola che sperimenta nel proprio spazio semantico l’affermazione e la negazione. Entrambi si oppongono l’uno all’altro e reciprocamente si distruggono. Con questa parola Ataman vuole comunicare le sue opinioni sulla politica e l’ideologia, denunciandone i modi con cui esse impongono norme e valori sociali. Ataman riflette e analizza i conflitti irrisolti, le incongruenze della vita, le contraddizioni che si rivelano nella congiunzione tra politica e vita quotidiana e ne sfida i condizionamenti, soprattutto quelli che puntano sull’individuo, sulla libertà di pensiero e sul linguaggio.

 


[1] Kutluğ Ataman – Mesopotamian Dramaturgies, MAXXI – Museo Nacional de las Artes del siglo XXI, 30 de mayo-12 de septiembre de 2010, catálogo publicado por la Mondadori Electa, Milano, 2010.

[2] Steiner, George, Después de Babel. Aspectos del lenguaje y la traducción, Fondo de Cultura Económica, Madrid, 1995 (segunda edición), p. 15. Títul original: After Babel: Aspects of Language and Translation, 1975, 1992.

[3] Anton, Saul, “A Thousand Words: Kutlug Ataman”, Artforum International, vol. 41, n. 6, Febrero 2004, pp. (116-)117.

[4] J. Derrida, Sopra-vivere, trad. it. di G. Cacciavillani, Feltrinelli, Milano, 1982, pp. 43-44.