Polifonia Mediterranea. Intervista con Iain Chambers | HERMAN BASHIRON MENDOLICCHIO

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Iain Chambers è professore di Studi Culturali e Postcoloniali presso l’Università Orientale di Napoli. Da diversi anni ha scelto il Mediterraneo come oggetto di studio, cercando di far riemergere quelle “storie intrecciate” che da secoli danno forma e movimento a quest’immenso territorio fluido.

La sua metodologia, per comprendere meglio questo spazio complesso e plurale, è quella di ascoltare “Le molte voci del Mediterraneo”.[1]

Ricomporre il Mediterraneo, recuperando la sua unità e la sua multidimensionalità, significa gettare l’ancora in tutte le sue sponde, attraversare territori, riscoprire vecchie storie nascoste, riconoscere la sua complessità, attivare molteplici dispositivi critici e significa anche mettere in discussione la costruzione stessa del paradigma occidentale.

Recentemente ho avuto l’opportunità di incontrare il professor Chambers e di porgli alcune domande:

Herman Bashiron Mendolicchio: Cosa l’ha portata a scegliere il Mediterraneo come oggetto di Studio?

Iain Chambers: Mi sono trovato a Napoli per ragioni personali, con una formazione in studi culturali (avendo preso una laurea specialistica al Centre for Contemporary Cultural Studies presso l’Università di Birmingham) e poi ho continuato a sviluppare questo lavoro nel campo interculturale degli studi postcoloniali che emersero negli anni ‘90. Dopo vari decenni a Napoli ho pensato che sarebbe stato il caso di portare questa prospettiva critica a ‘casa’, e di elaborarla da Napoli e dalle prospettive incrociate che costruiscono il Mediterraneo di oggi e di ieri.

HBM: Cosa può rappresentare il Mediterraneo nel contesto geopolitico e socio-culturale attuale?

IC: Penso sia il caso semplicemente di riflettere sul noto argomento delle ‘origini’ dell’Occidente e scavando in quest’archivio, che spesso lo trattiamo come se fosse omogeneo, di far emergere quelle complessità di ‘territori sovrapposti e storie intrecciate’ di cui parlava Edward Said, che incidono sulla figurazione del passato e con ciò sull’articolazione del presente. Da qui può emergere un altro Mediterraneo, un Mediterraneo multidimensionale e meticciato che sfida l’assetto politico-culturale attuale.

HBM: Prendiamo in esame alcuni elementi, alcuni concetti, alcune idee, come possibili strumenti di conoscenza, d’incontro e di dialogo nel Mediterraneo.

Come considera per esempio:

L’arte?

IC: Penso che l’arte ci fornisca i linguaggi che ci portano ben aldilà delle logiche conclusive delle scienze sociali e umani; in questo senso loro stessi diventano dei dispositivi critici.

HBM: Il viaggio?

IC: Il viaggio – aldilà delle storie delle migrazioni che fanno parte, in maniera centrale, della modernità occidentale da vari secoli – è anche il tema che unisce il senso mutevole della modernità: dai viaggi della colonizzazione europea al migrante odierno. Sarebbe questa mobilità che apparentemente ha mondializzato il mondo nell’immagine dell’Occidente e che, a sua volta, ha anche sprigionato la mobilità di altre storie, di altre culture, e di altri modi per narrare la modernità.

HBM: La frontiera?

IC: La frontiera, più di una barriera fisica, rappresenta l’istanza dell’autorità; un’autorità che può punire, ferire e annullare i corpi altrui. Oltre questa logica punitiva, la frontiera si svela anche come una regione labile, porosa: una zona di contatto dove ci si trova tutti esposti ai percorsi di traduzione, dove sia la cultura di chi arriva sia quella che ospita sono modificate, tradotte e trasformate.

HBM: La lingua / la traduzione?

IC: La traduzione è il luogo della lingua; non nello stretto senso linguistico ma nel senso più ampio di una formazione storica e culturale. É il transito della lingua che dissemina i luoghi della traduzione e l’operato di dare senso. Qui, possiamo finalmente capire la mobilità intrinseca della tradizione come luoghi di traduzione: senza l’adattamento continuo ai processi in cui la tradizione è sostenuta, non esiste la possibilità di sopravvivere, perciò Gramsci parlò non dei rapporti tra la modernità e le tradizioni, ma dei rapporti tra l’egemonia e le culture subalterne.

HBM: Internet e le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC)?

IC: Più di ‘informazione’, che ha la connotazione di ‘messaggi trasparenti’, preferisco parlare dei nuovi media in termini di molteplicità delle possibilità comunicative. Ovviamente, comunicare non significa automaticamente essere capito. Forse sta nella crescente complessità della questione, estesa e sostenuta dalla flessibilità quasi immateriale del Web, che si sfida il pensiero unico. Se i poteri egemonici diventano ogni giorno sempre più rizomatici, i linguaggi dalla critica devono estendersi su molti fronti introducendo elementi inaspettati dalla logica della trasparenza pretesa dalla comunicazione audiovisiva dominante. Ecco il ruolo dell’arte, come fattore dell’opacità e della libertà custodita nella complessità inconcludente del linguaggio che eccede qualsiasi arresto ‘politico’.

HBM: Una geografia plurale composta da persone, luoghi, storie e culture che interagiscono. Qual’è, secondo lei, il futuro del Mediterraneo?

IC: Si, questo dovrebbe essere il futuro del Mediterraneo, com’è stato il suo passato. Comunque, la questione non è solamente politica, e collegata al riconoscimento di questa fluidità complessa, ma è soprattutto pedagogica. Come possiamo installare un apprendimento nel vedere e vivere questa pluralità non come una minaccia ma come uno spazio sperimentale, sempre in via di elaborazione, che ci permette di ri-elaborare il nostro senso di appartenenza in maniera più libera e democratica?


[1] Chambers, Iain. Le molte voci del Mediterraneo. Raffaello Cortina Editore. Milano, 2007.