Connessione artistica e pedagogica nell’ attività di Antoni Muntadas | MODESTA DI PAOLA

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Oggi piú che mai il difficile ruolo dell’artista abbraccia l’ambito pubblico e sociale. Solo recentemente, peró, la pratica artista si è spinta verso l’educazione in relazione al piú vasto ambito della pedagogia. Se l’artista è da tempi immemorabili anche maestro di un conoscimento che deve essere trasmesso ai suoi epigoni, con la fine dell’autonomia dell’arte e da una prospettiva multidisciplinaria, la pedagogia dell’arte diviene un prezioso strumento di conoscenza politica, sociale e culturale. L’artista dell’era globale, infatti, viene sempre piú spesso invitato da varie istituzioni e universitá a partecipare a conferenze, simposi e corsi. Portandosi dietro il bagaglio dell’esperienza personale e coletttiva, che è andato raccogliendo in ogni dove, l’artista di oggi diviene il portavoce di una critica internazionale che non ha precedenti. Ben consapevole del fatto che l’educazione dovrebbe insegnare a muovere le barriere del tempo e dello spazio, ad uscire da se stessi e da ció che ci circonda per conoscere altri luoghi e altre culture del mondo, l’artista di oggi promuove, con la mobilitá del corpo e della mente, il “positivo esito dell’individuo transculturale” (Marc Augé, Por una antropología de la mobilidad, Gedisa, Barcelona 2007, p. 92).

Durante il primo trimestre dell’anno accademico 2007-2008 della Falcoltá di Arti e Designer dell’Universitá IUAV di Venezia sono stati invitati, oltre a vari docenti, anche curatori e artisti internazionali. L’organizzazione didattica del laboratorio di Arti visive 1, affidata all’artista Antoni Muntadas, ha confermato la sua struttura sperimentale presentandosi come un workshop dedicato alla ricerca, alla contestualizzazione, ai processi critici e al site specific e al time specific.

Limiti, frontiere e confini è stato il tema sociopolitico proposto da Antoni Muntadas per l’elaborazione e la realizzazione di progetti e opere caratterizzate da tre attività fondamentali: il lavoro, il produrre e l’agire.

Il piano del lavoro, sviluppato in base all’analisi e all’approfondimento di concetti quali confine, frontiera e limite è stato originato chiaramente da un’intuizione, prima verificata sulla base di ricerche e di analisi storiche, sociali ed economiche, e poi orientata da un continuo supporto discorsivo col artista-docente. A questa prima fase che ha visto una proliferazione di idee che si sono avvalse di concetti per definirsi ed esprimersi in modo adeguato e critico è subentrata quella della realizzazione dei progetti in cui sono state utilizzate diverse tecniche espressive quali il disegno, l’installazione, il video, la fotografia e altri dispositivi e sistemi di rappresentazione.

L’idea, dunque, come riflessione che bisogna considerare inseparabile dal modo d’espressione e in funzione delle tecniche che si possiedono.

L’analisi critica ha permesso a molti studenti di generare piccole narrative in cui l’istinto, che forse è più un’urgenza, si è alimentato di un corpus concettuale capace di penetrare nel territorio (nelle sue definizioni di spazio, luogo, sito), conoscerlo, analizzarlo e criticarlo per poter agire su di esso. Un territorio sempre più esposto a continue ridefinizioni perché soggetto a “filtri mobili” che ne modificano la storia, la cultura e l’identità. Confini, frontiere e limiti sono, infatti, filtri osmotici che spesso sfumano il carattere di un luogo e le esistenze di chi lo occupa. Essi sono i sensori delle dinamiche del mondo contemporaneo globalizzato, dominato dai flussi di individui, merci e informazioni. Come tali sono, dunque, segmenti politici, economici, sociali, culturali e psicologici che delimitano lo spazio geografico e certamente quello mentale.

Queste analisi hanno condotto ad un approfondimento della macropolitica dei segmenti e della micropolitica dei flussi. Dalle frontiere istituzionali e culturali dello spazio pubblico che si annidano sul territorio, inteso nelle sue forme specifiche (città, piazze, strade, centri, periferie, insediamenti industriali, campagne), ai limiti della sfera privata in cui si intuisce un sistema di differenze che comincia con la divisione dei sessi e continua con il linguaggio, il corpo e l’identità individuale o collettiva.

Che i termini dell’identificazione siano spaziali non dovrebbe sorprendere visto che tale dispositivo esprime l’identità del luogo e delle persone che ci vivono. Così se il nucleo delle ricerche si è attuato principalmente a Venezia, trasformata in strumento di ricognizione per impostare uno sguardo critico sul reale, anche altre città (come Brescia,Trieste e Marghera) e luoghi fisici, mediatici o virtuali sono divenuti un laboratorio di sperimentazioni che hanno permesso ai giovani artisti di aggirare le barriere con strategie critiche e intervenire sul quotidiano.

L’analisi di realtà locali porta inevitabilmente a scontrarsi con modelli universalizzanti che spingono verso l’omologazione o, paradossalmente, all’accentuarsi delle divisioni territoriali ed umane. Ciò è maggiormente percepibile nelle città, ricettacoli di tensioni interne ed esterne e per questo sempre più strutturate in “interni vigilati” e recinti fortificati per orientare, determinare e controllare gesti, atteggiamenti e percorsi civici.

Le reti di sorveglianza generano, però, una latente sensazione di insicurezza psicologica rispetto a quelle che sono le possibilità di subire violenze e conflitti con altri gruppi sociali indesiderati, al degrado e al senso di abbandono di alcune aree e, non per ultimo, a prassi urbanistiche di gentrification, che hanno prodotto di fatto uno scarso controllo informale e disorientato l’essenza di luoghi originari. Si può dunque parlare di una nuova urbanistica della paura, che trasforma la città in un gigante panopticum e crea spazi d’interdizione, luoghi in cui poveri, immigrati, zingari o semplicemente soggetti vissuti come disturbatori (conflittivi) sono separati dalle maggioranze. Nelle città si assiste, dunque, a un tragico paradosso: si può esserne al centro e rimanere nascosti.

Non stupisce che le barriere fisiche o ideologiche divengano oggi delle realtà e degli strumenti per mantenere un equilibrio sulla relazione fra il visibile e l’invisibile presenza della paura.

Da ciò consegue un diverso atteggiamento e una maggiore responsabilità da parte degli allievi nell’affrontare il complesso reticolo di rapporti che si articolano nello spazio “pubblico”. In questo panorama, infatti, sono emerse modalità teoriche e operative d’intervento che hanno orientato i ragazzi a cogliere nella definizione di spazio pubblico, la dimensione sociale e politica di un vivere collettivo diversificato e complesso.

L’idea d’intervento come uno strumento pubblico da un lato promuove un legame diretto col reale e dall’altro mostra l’evento in cui l’artista esprime la sua necessità in relazione al suo microcosmo, che oggi più che mai è il riflesso di una macrorealtà in contrapposizione alle definizioni del locale. Sembra dunque che l’idea sia più un’urgenza che in qualche modo è sinonimo di mancanza dalla distanza, spaziale e temporale, con la realtà quotidiana. La ridefinizione di un’arte pubblica coincide pertanto non solo con la ridefinizione dello statuto stesso di opera d’arte, ma della stessa nozione di pubblico. In questo contesto l’arte si rivela uno degli strumenti più efficaci e visibili nella produzione di strategie per la promozione del patrimonio locale, del recupero di luoghi pubblici e della riattivazione sociale attraverso strumenti innovativi, dibattiti e discussioni caratterizzati da un atteggiamento ricettivo nei confronti di comportamenti, contenuti e cornici relazionali e culturali.

Come pratica del vedere e del mostrare, l’arte oggi si dimostra in molti casi uno strumento critico e al contempo flessibile, capace di dialogare con differenti discipline e svolgere da un lato un ruolo propositivo per la comunità e dall’altro una funzione di supporto per l’architettura e il ridisegno urbano, sia nella progettazione che nei processi di rigenerazione urbana. Sembra evidente, infatti, che l’arte contemporanea ormai non produce opere che rientrano nel paradigma estetico dell’autonomia dell’arte, ma interventi che in prima istanza sono processi in cui l’artista è interamente preso dalla sua necessità interiore come estrapolazione del mondo che la genera.

Ed è una necessità interiore agire nello spazio pubblico cercando di restituire dignità alla memoria storica di un luogo, agire negli interstizi tra luogo pubblico e privato, all’interno della vita stessa, tra la macro e le microanalisi delle nostre percezioni, in un continuo movimento trasversale che attraversa limiti, confini e frontiere, sia identitarie sia culturali, politiche e sociali.

L’atto creativo è dunque un percorso mentale che spinge l’idea a dimenarsi nei luoghi della scoperta critica e concettuale fino al suo materializzarsi, in un luogo specifico e in un tempo specifico, nell’evento visivo. Solo allora l’opera sarà un prezioso strumento di conoscenza.

Images are published courtesy of Antoni Muntadas. Images: On Translation: Die Stadt. Barcelona, Graz, Lille. 2004 / Muntadas, The Construction Of Fear. Kent Gallery, New York. 2008 / C.E.E. Project, 1989-1998